C-Forge 2019
 

01/03/2019

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Serena B. Ritondale
Serena B. Ritondale

Human, Gods e Technology

Uno sguardo al documentario tra dataism, intelligenza artificiale e technium,

Sophia è il primo androide ad avere ottenuto una cittadinanza ed è anche il primo non umano ad aver ricevuto un titolo alle Nazioni Unite. Lo scorso ottobre è stato il robot Pepper a rispondere alle domande dei deputati del Regno Unito riguardo l’uso dell’intelligenza artificiale per la cura per gli anziani. Una IA si è candidata come sindaco di Tama, in Giappone, mentre il robot SAM ha dichiarato di volersi presentare alle elezioni del 2020 in Nuova Zelanda. Il robot Erica legge le notizie in un telegiornale nipponico, mentre in Cina lo faranno due cyborg con le sembianze dei giornalisti Zhang Zhao e Qiu Hao.

Gli avanzamenti tecnologici nel campo dell’ingegneria biomedica e della robotica che hanno accompagnato gli ultimi anni sono innegabili. Stanno lentamente rivoluzionando il nostro rapporto con gli oggetti della nostra quotidianità e stravolgendo la società da un punto di vista culturale, sociale ed economico. Ogni progresso porta con sé nuove potenzialità e nuovi limiti allo stesso tempo. Si pone simultaneamente come risposta a un problema e come punto di partenza per un nuovo quesito, stimolando conseguenti riflessioni etiche. La creazione di robot, affinati esponenzialmente per arrivare alla creazione di organismi il più simili possibile all’uomo - ma con le accentuate capacità di una macchina - è forse l’invenzione che più porta con sé un bagaglio di dilemmi etici a cui sembra impossibile trovare una risposta. A domande di carattere più generale sul senso della tecnologia nelle nostre vite si aggiungono interrogativi predittivi per esempio sul ruolo che l’uomo avrà in una società così automatizzata e sulla sua relazione con le intelligenze artificiali. A queste, si sommano quesiti sulla condizione dell’uomo non più come semplice creatore di oggetti, ma sulla sua trasformazione in creatore con la C maiuscola. Producendo esseri con l’obiettivo di dare la vita ad androidi senzienti, l’uomo sta reclamando per sé il suo ‘diritto’ a essere un dio. Ma che tipo di dei vogliamo diventare? E soprattutto, stiamo giocando a interpretare dio o siamo ancora una volta uno strumento e stiamo in realtà creando nuovi dei? Queste sono le tematiche al centro di ‘Humans, Gods e Technology’, uno dei documentari della serie sulla tecnologia prodotti all’emittente olandese Vpro. Chiedendosi come sarà il mondo tra venticinque anni e quale sarà il senso di una vita fortemente modellata dalla tecnologia, l’opera si focalizza sui concetti di ‘dataism’ e di ‘technium’, intervistando lo storico Yuval Noah Harari e il pensatore e fondatore di Wired, Kevin Kelly.

Yuval Noah Harari

Cosa pensa Yuval Noah Harari
“Giocare a fare dio è in realtà la forma più alta della natura umana. L’urgenza di migliorare sè stessi, di dominare il nostro ambiente e di portare i nostri figli sulla migliore via possibile sono state le fondamentali forze trainanti della storia umana. Senza questa necessità di far finta di essere dio il mondo come lo conosciamo oggi non esisterebbe” scrisse Ramez Naam, in ‘More Than Human: Embracing the Promise of Biological Enhancement’. Il suo pensiero non è lontano da quello di Harari che sviluppa la sua teoria in relazione all’evoluzione del concetto di religione in ‘Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità’ e in ‘Homo Deus. Breve storia del futuro’. Per lo storico, la religione solo apparentemente sarebbe una riflessione su Dio. In realtà, al suo centro vi è sempre l’uomo e le sue domande esistenziali. Per Harari, gli dei sono la risposta all’esigenza di legittimazione di norme e comportamenti. In questo senso, la religione indicherebbe l’autorità in grado di rispondere ai nostri interrogativi. Nell’ultimo secolo, questa fonte di legittimazione si è spostata sempre di più verso il basso, calando dal cielo per poggiarsi sull’uomo, trovando questa convalida nelle pulsioni, nei desideri e nei sentimenti umani. Le campagne elettorali hanno fatto leva sull’emotività degli individui, così come l’economia consumista ha sfruttato i sentimenti del pubblico.

Il nuovo millennio porterebbe ad un ulteriore spostamento dell’autorità. Secondo Harari, dopo quella degli uomini, a traghettare la nostra società verso un nuovo tipo di ‘religione’ non è lo sviluppo dell’I.A. di per sé, quanto la crescente importanza che i big data stanno acquistando. Questo culto, chiamato da Harari ‘dataism’, ha spostato l’autorità dall’uomo alle macchine e alle grandi corporazioni, dalle nuvole del cielo, al cloud di Google e affini. Il dataism dichiara che l’universo consiste in un flusso di dati e il valore di ogni fenomeno ed entità è determinato dal suo contribuito all’elaborazione di dati. Se in passato la risorsa più importante era la terra e le dispute nascevano per il suo possesso, e successivamente per la proprietà dei mezzi di produzione, in futuro gli asset decisivi per il potere saranno i dati e i conflitti scaturiranno per il loro controllo. Seguendo il pensiero dello storico, se all’autorità era riservato il compito di prendere decisioni, trasferire questo potere alle macchine metterebbe in pericolo il concetto stesso di democrazia. Harari, osservando la realtà attuale, predice che in futuro ogni nostra decisione sarà filtrata da un algoritmo che, grazie ai dati precedentemente raccolti ci conoscerà meglio di noi stessi. In quest’ottica, la divinizzazione dell’uomo trarrebbe origine sia nel processo di creazione dell’IA sia, grazie alla manipolazione genetica, dalla manipolazione della sua stessa natura. Ma in questo nuovo mondo, l’Homo Sapiens, pur trasformato in Homo Deus, non è l’apice della creazione, ma solo “un mezzo per creare l’Internet delle cose che si espanderà per il pianeta Terra per coprire tutto la galassia e l’intero universo. Sarà questo sistema di elaborazione di informazioni ad essere Dio. Controllerà tutto e ogni cosa e gli esseri umani sono destinati a unirsi ad esso.”

La posizione di Kevin Kelly
Anche Kevin Kelly prospetta l’esistenza di un super organismo che sembra assumere quasi le sembianze di una presenza divina che permea tutta la società. Per il fondatore di Wired, quella di un essere che emerge da tutte le connessioni del nostro pianeta non è una metafora. Il ‘technium’ o ‘One Machine’ è la somma di tutti i dispositivi connessi – wired e wireless - globalmente. Come ogni sistema, ha i suoi obiettivi e i suoi bisogni. È la forza trainante della nostra cultura e non può essere ridotta ai suoi singoli componenti, ma diventa qualcosa di più nell’interazione tra di loro. Per Kelly, il progresso è inevitabile perché prescinde dall’uomo poiché origini di quest’organismo tecnologico sarebbero rintracciabili anche nel Big Bang. Sebbene l’uomo non sia in grado di fermare il progresso, il suo non è un ruolo passivo. Kelly paragona il technium a un figlio: l’unico modo per crescerlo coscientemente è condividere con lui valori che lo guidino nel compimento delle scelte corrette, senza imporre le nostre ma limitandoci a guidarlo e osservarlo a distanza. Questa visione presuppone una conoscenza chiara e precisa della nostra natura, ma più la tecnologia invade le nostre vite e più ci perdiamo nella risposta, costretti a riformularla continuamente a seguito dei repentini cambiamenti del technium.

Kevin Kelly

Spunti di riflessione
In soli quarantacinque minuti ‘Humans, Gods e Technology’ offre interessanti spunti di riflessione, che scaturiscono però da due sole visioni della tecnologia. Sebbene ci siano sostanziali differenze tra i due pensieri, il modo in cui sono montate le due interviste rende questo divario non poi così elevato e dove una teoria sembra essere un po’ più carente, ecco arrivare l’altra a farle da spalla. Scegliere punti di vista contrastanti avrebbe sicuramente giovato alla presentazione di un argomento così delicato, dibattuto e senza risposte certe. Quello che il documentario ci offre è invece un lungo discorso in cui le parole di Harari e Kelly vengono date per assodate.
Ci stiamo trasformando in dei? Verremmo soppiantati dalla tecnologia? Nella sua visione del progresso, ‘Humans, Gods e Technology’ ci offre la sua implicita risposta, pur non rispondendo esattamente alla domanda: “la tecnologia fa parte di un flusso che scorre da prima di noi e che continuerà dopo di noi. Siamo uno strumento che la sta portando avanti”.

 

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