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13/02/2019

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di Paolo Morati

Agilità integrata

Le aziende non possono ignorare i cambiamenti innescati dall’evoluzione delle tecnologie digitali. E le conseguenti sfide. Il percorso proposto da Dimension Data per vincerle, partendo dal confronto sulle esigenze di business.

Emanuele BalistreriLo sviluppo tecnologico accompagna da sempre l’evoluzione del mondo delle imprese che, a seconda delle innovazioni introdotte, si trovano di fronte alla sfida di valutarne l’eventuale adozione e quindi di implementarle al meglio al loro interno. Cambiando i propri processi produttivi e modelli di business, compresi quelli consolidati nel tempo. Ecco che tutto quanto ruota attorno ai sistemi informativi, con il traguardo della cosiddetta trasformazione digitale che ormai nessuna realtà sembra ormai destinata a poter ignorare, influisce su cambiamenti necessari e, di fatto, inevitabili.

“Uno dei trend che oggi osserviamo maggiormente quando parliamo di cambiamento è quello del percorso di migrazione al cloud computing, che anche le realtà italiane hanno già avviato da qualche anno per guadagnare flessibilità, aumentare la propria capacità di scalare o per migliorare il time to market dei propri servizi e quindi ottenere un vantaggio competitivo riuscendo a gestire le tematiche di sicurezza e privacy che altrimenti potrebbero faticare a risolvere con le architetture che hanno già in casa. Quindi sono molte le aziende che hanno migrato parte dei loro sistemi informativi sul cloud, con altre che operano secondo modelli multi cloud, affidandosi a servizi SaaS consolidati oppure spostando su Web le applicazioni esistenti. Nel contempo emergono le tematiche di smart working, che abilitano dipendenti e collaboratori a lavorare, ovunque, da remoto”, spiega Emanuele Balistreri, Managing Director di Dimension Data Italia. “Ecco che questo scenario finora descritto, dove le applicazioni sono in parte residenti in casa in parte in un cloud e in parte in un altro, a volte gestite da terzi e a volte no, e accedute dall’interno ma anche dall’esterno di un’organizzazione, ha fatto emergere con prepotenza alcuni elementi fondamentali di cui necessariamente dover tenere conto. Il primo dei quali è il fatto che l’infrastruttura tradizionale, troppo rigida e poco flessibile per consentire questi spostamenti, deve cambiare per diventare software-defined, ossia programmabile”. A questo tema, si accompagna quello della sicurezza, dove in passato si parlava di una difesa perimetrale che proteggeva aziende e utenti interni e che consentiva solo pochi accessi esterni (e dall’esterno) per determinati servizi, mentre oggi i confini non esistono più: “Non si tratta più di difendere il ‘castello’ dagli assedianti bensì di proteggere le informazioni e di gestire le identità di chi cerca di accedervi, richiedendo un ripensamento dei relativi processi. Nel contempo, in uno scenario così interconnesso, la gestione operativa quotidiana è diventata estremamente più onerosa e quindi il numero di persone che se ne occupa deve affrontare un numero di variabili estremamente alto e quindi insostenibile se non si compie un vero percorso di automazione e snellimento dell’infrastruttura accompagnato a quello della sua programmabilità, e all’evoluzione delle competenze richieste”, aggiunge Balistreri.

Partire dall'analisi
La domanda è come affrontare al meglio i passaggi finora descritti. Da questo punto di vista emerge che i passi da compiere per arrivare alla digitalizzazione debbano abbandonare il punto di vista prettamente informatico per seguire un ragionamento più ampio in termini di esigenze di business. L’idea è che la trasformazione debba partire dall’individuazione di quanto il mercato richiede per essere competitivi per cui, anche rispetto a quanto accadeva solo qualche stagione fa, i progetti non nascono più all’interno dell’IT ma come stimolo del business, con realtà più evolute che hanno previsto figure come il Chief Digital Officer che riflettono proprio sulla trasformazione. Da questo punto di vista una strada per non essere sottoposti a troppi vincoli rispetto al piano di implementazione risiede in un approccio consulenziale che consenta di individuare le esigenze da intercettare e di capire come cambiare il modo in cui l’azienda propone i propri prodotti e servizi. Una volta chiarito l’obiettivo si passa alla definizione dei nuovi sistemi informativi a livello applicativo e infrastrutturale. Ecco che gli stessi system integrator come Dimension Data ritengono sia utile fare un passo avanti in questo senso: “Prima di tutto aiutiamo le aziende a definire una roadmap per affrontare un mondo che è, globalmente, diventato digitale. E lo facciamo tramite delle persone che lavorano a priori con il cliente per arrivare alla migliore soluzione possibile, mappando e costruendo un percorso realmente efficace a partire dai loro business outcomes. Tenendo anche conto che lo scenario è ampio, e si può parlare di digitalizzazione dei processi di automazione e manutenzione predittiva all’interno delle fabbriche oppure del rilascio di nuovi servizi online fronte home banking, per cui tutto dipende da quanto il business dell’azienda identifica come prioritario ma anche dal time to market richiesto”, commenta Devid MapelliDevid Mapelli, Solutions & Marketing Director di Dimension Data Italia.
E ancora, si parla dell’esternalizzazione dei processi di progettazione, oppure dello sviluppo di quelli interni. “Si ricalca adattandolo al contesto attuale quanto una volta avveniva con le Extranet e il collegamento dei fornitori con il sistema informativo aziendale, ma secondo una logica mesh per cui non esiste un workflow rigido dove ciascuno inserisce la propria componente ma si è parte di un costante processo contributivo”, chiarisce Balistreri evidenziando come anche i progetti non possono più essere caratterizzati dai lunghi cicli di sviluppo del passato quando si lavorava secondo logiche ‘waterfall’, bensì è necessario soddisfare le esigenze di business in poche settimane, andando in produzione dopo aver condotto anche dei pilota ‘live’, sperimentando e diffondendo i nuovi componenti sull’organizzazione. “Spesso – aggiunge dal canto suo Mapelli – partiamo lavorando su un singolo problema senza avere ancora definiti quelli successivi da indirizzare, seguendo un percorso agile e iterativo, di co-creazione di soluzioni e servizi, altrimenti una complessità di partenza impedisce di lavorare in modo corretto e di identificare le effettive potenzialità di quanto si andrà successivamente a sviluppare. E questo avviene anche grazie alle tecnologie di analisi che permettono di intervenire in corso d’opera su quanto è stato previsto e già implementato”.

Più ruoli coinvolti
Quando si crea un progetto di trasformazione il coinvolgimento delle persone corrette in azienda è uno dei fattori strategici per arrivare all’obiettivo prefissato. Uno scenario, quello che si vive attualmente, dove chi si occupa di sistemi informativi non è l’unico interlocutore di un system integrator. “Di fatto – commenta Balistreri – oltre al mondo IT si sono aggiunti altri interlocutori, con esigenze a cui rispondere attraverso i cambiamenti applicativi e infrastrutturali che vengono espresse anche da altre funzioni un tempo estranee al coinvolgimento diretto nei progetti, come ad esempio quelle marketing, finanziarie, i capi stabilimento o i responsabili operation. Si tratta di figure che se prima si rivolgevano all’IT per ottenere nel tempo una soluzione magari parziale ai propri problemi oggi vogliono capire e promuovere direttamente la tecnologia. Noi, in tal senso, facciamo da ponte tra la componente informatica e quella business per individuare le soluzioni infrastrutturali più coerenti tenendo conto delle domande ma anche delle strategie IT delle aziende”. 
“Spesso e volentieri – aggiunge Mapelli – ci troviamo ad esempio a dover indirizzare esigenze emerse dal marketing che ha chiari in mente gli obiettivi e i benefici da ottenere. E poi lavoriamo insieme all’IT perché questo avvenga in modo corretto ed evitare che le aziende partano con attività parallele e nascoste innescando fenomeni come lo shadow IT che possono anche generare problemi di sicurezza e gestione”. In tutto questo il “CIO è passato dall’essere garante di un’analisi esaustiva al ruolo di integratore e ha dovuto far entrare nel suo dominio non soltanto le proprie risorse rodate da decenni di conoscenza dei processi aziendali ma anche fornitori terzi che permettono di rilasciare con immediatezza una determinata funzione o servizio. Dal canto loro i partner non possono essere dei semplici fornitori di tecnologia ma devono contribuire attivamente alla definizione del processo e alla conseguente configurazione di quanto messo a disposizione”, evidenzia Balistreri. Andando più nel dettaglio dell’organizzazione di Dimension Data, le competenze diventano quindi un elemento fondamentale per partire dalla comprensione del problema delle realtà alle quali si rivolge e portarlo sull’infrastruttura che poi si andrà a declinare, per farla crescere nel tempo. “Tutto si compone seguendo variabili tecnologiche e di processo per generare il massimo valore con le soluzioni proposte. Applicando best practice che, essendo noi un global system integrator, derivano anche da esperienze internazionali vissute nei diversi settori e avendo a disposizione in anticipo le innovazioni da introdurre in Italia. Il tutto basato anche sull’ossatura, in termini di servizi, dei nostri centri gestiti, dei data center e dei team globali, con quello italiano che opera sulla prossimità definendo le esigenze puntuali e procedendo con le implementazioni, e facendo poi leva sui centri dislocati a livello mondiale”, prosegue Mapelli

Il progetto Tour de France
Andando infine ad approfondire con un caso concreto l’approccio di Dimension Data, tra i progetti realizzati c’è quello relativo alla partnership tecnologica avviata nel 2015 con Amaury Sport Organisation (Aso), che gestisce il Tour De France, con l’obiettivo di cambiare l’esperienza di chi assiste e lavora sull’evento. “Ecco che si è passati da un modello dove prima le informazioni erano in mano solo ai cronisti e ai mezzi tradizionali che raccontavano la gara a un’informazione multicanale che permette a chi si si iscrive di sapere costantemente tutto quanto riguarda i corridori, ad esempio in termini di posizione e prestazioni”, spiega Balistreri descrivendo un percorso che dal 2015 ha poi visto, attraverso l’applicazione di intelligenza artificiale e machine learning, anche la possibilità di fornire ulteriori informazioni combinando dati in tempo reale su quanto staavvenendo in gara (con test anche a livello predittivo), grazie all’uso di sistemi di localizzazione montati sulle biciclette, e sfruttando la combinazione e il passaggio su più reti di connessione sul territorio. Tutto gestito su un data center virtualizzato in cloud. “Questo è solo un esempio di cosa significa costruire un sistema integrato e completo basato su più tecnologie e applicazioni, per erogare servizi su più canali”, conclude Mapelli.

 

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