Storage for Virtual Innovation - Fujitsu
OfficeLayout
 

16/05/2016

Share    

di Alessio Cipolla

FabLab: il futuro è oggi

Il multiforme mondo della fabbricazione digitale cresce trovando al suo interno le forze e gli spazi per rinnovarsi e innovarsi costantemente. I FabLab ne sono il contenitore più interessante e vivace.

Sono lontani i tempi in cui, in anonimi garage e umidi seminterrati, giovani intraprendenti creavano un futuro che avrebbe contaminato, globalmente, il nostro modo di vivere. Ora, la possibilità di creare, innovare e costruire nuovi progetti e oggetti si è strutturata e aperta, smarcandosi dal fai-da-te e diventando alla portata di tutti grazie ai FabLab: spazi fisici dove viene fornita agli utenti (maker) la possibilità di autoprodurre oggetti secondo i principi che regolano l’artigianato digitale. 
Le parole d’ordine di questi spazi sono accessibilità, semplificazione, innovazione e soprattutto condivisione, grazie anche all’eco della rete che, mettendo a disposizione di tutti idee e strumenti, ha reso lo sviluppo dei progetti sempre più democratico e veloce.
FabLab, dall'inglese Fabrication Laboratory, è un concetto, una filosofia, uno spazio prima virtuale e poi concreto, nato nel 2001 all’interno del MIT (Massachusetts Institute of Technology) e successivamente diffusosi in tutto il mondo. Se ne possono trovare all’interno di megalopoli, in piccole città di provincia o remoti villaggi, come anche all’interno di prestigiose università, in scuole secondarie o presso istituzioni pubbliche, musei, centri di ricerca e laboratori privati.
Ogni FabLab nasce dall’iniziativa di comunità diverse per competenze ed esigenze e si colloca in un network mondiale: startup, comunità di creativi, maker e ricercatori rappresentano i principali attivatori di queste strutture.
I prodotti e i progetti realizzati possono essere di qualsiasi genere e scala: dai componenti di sistemi meccanici ed elettrici a parti prefabbricate per l’edilizia, dai gioielli ai sistemi d’arredo, dai prototipi di oggetti di design ai plastici urbanistici. Tanto è vero che uno degli slogan che descrive lo spirito di questi spazi è “how to create (almost) every-thing” ovvero come creare (quasi) tutto.
In Italia, il primo FabLab è stato aperto a Torino nel 2011 e, in pochi anni, il numero delle strutture presenti in tutto il territorio nazionale è in continuo aumento: attualmente se ne contano circa settanta, con più di tremila utenti registrati o associati. Una rete in continua crescita grazie anche all’azione della fondazione Make in Italy, creata per sviluppare e promuovere i laboratori digitali nel nostro territorio sulla scia della Fab Foundation del MIT che, invece, coordina la rete mondiale dei FabLab.

Laboratori tradizionali vs Fabrication Laboratory
Le botteghe artigiane, veri e propri laboratori di sperimentazione, hanno svolto per secoli l’importante funzione di trasferimento di conoscenze e competenze alle nuove generazioni. Un ruolo che si è perso con l’industrializzazione di massa, che ha acquisito e standardizzato tali conoscenze, allontanando di fatto la fase di sperimentazione da quella di produzione. Oggi l’artigianato e l’industria trovano, con i FabLab, un compromesso che permette di mettere a frutto le rispettive conoscenze e competenze. In questi laboratori del nuovo millennio, il potere di creare e sperimentare attraverso l’uso diretto degli strumenti produttivi torna nelle mani del progettista/artigiano digitale che ha a propria disposizione macchine a controllo numerico di piccola taglia molto simili a quelle utilizzate nella produzione industriale.
Si può quindi parlare di rinascita dell’artigianato, ma dalle componenti hi-tech che permettono di produrre prototipi e prodotti customizzati, di altissima qualità e a costi più bassi.



Con la fabbricazione digitale si annulla quindi la distanza tra Maker e User, tra produzione e utilizzatori finali. 
Alessandro Masserdotti, presidente del FabLab Opendot (nella foto), aperto a Milano per iniziativa dello studio di progettazione multidisciplinare dotdotdot, racconta le origini e le finalità dei laboratori digitali:
“Erano gli anni ’90 quando il professore del MIT Neil Gershenfeld e i suoi colleghi sognavano di istituire, all’interno dell’università, un nuovo laboratorio con lo scopo di rendere facilmente accessibili molte delle tecnologie di prototipazione veloce e di sviluppo del prodotto. Come tutte le grandi università, il MIT possedeva infatti un laboratorio dove l’uso e la sperimentazione delle macchine era prerogativa di un tecnico abilitato e non dello studente che non aveva quindi la possibilità di testare, collaudare e, perché no, di sbagliare, imparando. Si creava così un gap tra l’idea e la realizzazione: il tecnico di laboratorio, come unico conoscitore dei macchinari, guidava la realizzazione del progetto secondo processi standard, impedendo allo studente la sperimenta-zione diretta. Per modificare questo rapporto nel 2001 venne inaugurato all’interno del MIT il primo FabLab al mondo dove studenti, ingegneri, designer e progettisti furono abilitati all’uso di macchinari digitali sino a quel momento ad appannaggio di grandi aziende, permettendo così la sperimentazione diretta, principio base dell’innovazione.
Se non si sperimenta non si riuscirà mai a essere innovativi, perché il cambiamento si attua quando si esce dalle regole. Il tecnico, con il suo bagaglio di conoscenze, non scompare da questa nuova filiera creativa, continua a rappresentare un prezioso supporto, ma non è più l’unico utilizzatore degli strumenti presenti.
Il passo successivo fu aprire il FabLab non solo agli studenti universitari ma a tutte le persone che, indipendentemente dalle competenze e professionalità, avevano un progetto da sviluppare. È questa la rivoluzione culturale in atto: qualsiasi persona, di qualsiasi età ed estrazione sociale e culturale, può avere, oggi, la possibilità di realizzare le proprie idee e, perché no, il proprio business.
I FabLab – prosegue Masserdotti – avvicinano il creativo al mondo della produzione con interessanti vantaggi, in quanto lo sperimentare avviene sulla base di tecnologie e linguaggi che verranno successivamente utilizzati durante la produzione industriale, semplificando il dialogo tra i differenti ruoli. Il maker non è esperto e competente come il tecnico, ma grazie alle conoscenze acquisite all’interno di un laboratorio digitale può costruire un rapporto più proficuo con la linea di produzione, ottenendo prototipi in una certa misura già pronti per la produzione, con un’importante riduzione dei tempi di ingegnerizzazione”.
Un altro aspetto che caratterizza i FabLab è la propensione alla condivisione degli strumenti e del sapere: si tratta infatti di realtà basate principalmente su tecnologie open source che assicurano flessibilità e contenimento degli investimenti. Non solo, l’innovazione realizzata al loro interno è condivisa tra le persone che li popolano e tra laboratori digitali. Questo rappresenta uno dei principi della Fab Chart, una lista di regole stilata dal MIT alle quali ognuna di queste realtà dovrebbe aderire, che recita: “Le attività commerciali possono essere prototipate e incubate in un FabLab, ma non devono essere in conflitto con gli altri usi, devono crescere al di là piuttosto che all’interno del lab e ci si aspetta che portino benefici agli inventori, ai laboratori e alle reti che contribuiscono al loro successo”.
Secondo tale logica, la conoscenza non può essere bloccata e chiusa, come avviene invece con i tradizionali brevetti che “congelano” un progetto per 20 o 25 anni, un arco temporale che oggi potrebbe dare sviluppi tecnologici imprevedibili.
“Il mondo dei maker – conclude Masserdotti – sta già pensando a innovative licenze che tengano conto della proprietà intellettuale, senza dover sottostare ai vincoli della brevettazione. L’ideatore sarà quindi libero di scegliere la licenza che maggiormente si addice alle sue esigenze e a quelle di chi utilizzerà il lavoro svolto. Nella logica open source tutti sono potenzialmente liberi di usare un’idea e di implementarla, rendendo l’innovazione molto più veloce e meno costosa”. 
Associarsi a un FabLab vuol dire entrare a far parte di un processo aperto, democratico, che richiede una formazione continua sull’uso degli strumenti e su specifiche aree 
I Fablab stanno diventando dei centri di riferimento nella diffusione della cultura dell’autoproduzione digitale. Tanto è vero che, all’interno di queste strutture, la formazione non è rivolta solo al mondo professionale ma, nello spirito della condivisione, anche alle nuove generazioni: ne è un esempio il FabLab realizzato all’interno del MUSE (qui sotto), il Museo della Scienza di Trento progettato da Renzo Piano.



Attrezzature e spazi dei FabLab
Ogni FabLab ha specificità proprie che discendono dalla tipologia dei macchinari utilizzati, dai servizi offerti e dal target di riferimento. In linea generale si può affermare che uno spa-zio, per essere definito Fabrication Laboratory, deve prevedere i macchinari necessari a completare un ciclo di produzione e prototipazione. La tipica dotazione deve quindi annoverare le seguenti tipologie di strumenti: macchine per la prototipazione rapida, macchine a taglio laser e fresatrici, scanner 3d, stampanti serigrafiche.
Oltre a questi strumenti di “nuova generazione”, un buon laboratorio deve essere arricchito con le macchine analogiche del più classico artigianato, come trapani, seghe a nastro e circolari, saldatori e macchine per cucire. All’interno del lab devono inoltre essere previsti banconi con un ampio piano di lavoro, per poter tagliare, levigare, misurare i prototipi, e dotati di sottostanti spazi a scaffale aperto dove stoccare materiali e utensili. 
In funzione dei macchinari presenti e delle caratteristiche architettoniche della location viene definita l’organizzazione spaziale. Sebbene non ci sia un format predefinito, un utile punto di riferimento sono le linee guida sviluppate dalla FabLab Foundation del MIT che individuano le aree principali di cui dovrebbe comporsi il laboratorio digitale. Viene innanzitutto suggerita la suddivisione dello spazio in due zone ben distinte quella del laboratorio di produzione dove dovranno essere tenuti sotto controllo il rumore, i fumi e le polveri che le lavorazioni produttive comportano, e la zona delle aule didattiche, acusticamente isolate dai laboratori e attrezzate con arredi e tecnologie di comunicazione a supporto delle lezioni e dei workshop. A corollario dovrebbero essere inoltre previsti spazi dedicati alla progettazione, un’area break e una zona uffici per le attività organizzative e amministrative. 
Fondamentale è poi l’area espositiva dove organizzare eventi aperti al pubblico per presentare i risultati e le potenzialità  del lavoro svolto. Infine, non può mancare il magazzino per il deposito dei materiali e per l’organizzazione dell’archivio storico della produzione digitale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

TORNA INDIETRO >>